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La sostenibilità non è solo roba da ragazzi
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La sostenibilità non è solo roba da ragazzi

Quando nelle nostre conversazioni utilizziamo la parola “sostenibilità”, quasi sempre lo facciamo associandone altre due: “nuove generazioni”. Come se la salvaguardia del Pianeta e delle specie viventi che lo abitano debba essere esclusivamente affar loro. 

Da una parte, le ricerche confermano che la spinta dell’onda verde passa in particolar modo per i giovani, guidati da movimenti come quello ispirati da Greta Thunberg, che hanno contribuito ad accendere i riflettori sulla necessità di ridisegnare il mondo in maniera equa e sostenibile.

 

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Ad esempio, il sesto rapporto dell’Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile realizzato da LifeGate a maggio 2020, indica che a dimostrare maggiore interesse per questi argomenti sono i ragazzi della Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2010): l’81% dei giovani intervistati dichiara infatti di conoscere il fenomeno del riscaldamento globale (contro il 70% degli “adulti”) e sono sempre loro a raccontare una maggiore sensibilità rispetto alla provenienza dei materiali dei prodotti che acquistano.

Ma se è vero che il futuro appartiene a loro, è pur vero che le generazioni precedenti non possono e non devono rimanere alla finestra a guardare che il cambiamento accada per mano di altri. Chi verrà dopo di noi, raccoglierà la nostra eredità e costruirà nuovi modelli. L’obiettivo è un mondo sostenibile: ma partire non è meno importante che arrivare. E nella partenza la generazione attuale ha forse il compito più importante di tutti: gestire la transizione da un modello a un’unica dimensione – la crescita illimitata – a un altro che includa tra le variabili il benessere collettivo e la tutela dell’ambiente.

 

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Gestire la transizione sembra raccontare un’impresa poco avvincente: quasi un mero passaggio di consegne tra chi ha fondato qualcosa e chi è destinato a farne un uso migliore. Invece, le transizioni sono momenti importanti. È in quei momenti infatti che vacillano le certezze precedenti e si preparano le basi per costruirne delle nuove: occorrono sensibilità, responsabilità, visione. È nei passaggi che si crea innovazione, che si lastrica la strada per il cambiamento.

Ed è per questo che la generazione attuale che è ora alla guida di imprese, organizzazioni, Stati, può fare molto per far sì che i giovani possano progettare un futuro migliore: noi, quelli di adesso, possiamo e dobbiamo preparare il terreno per cambiare i paradigmi. A partire dal sostenere un’idea di sviluppo, che metta l’uomo e il territorio al centro del nostro agire.

 

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