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Intervista a Simona Sacchi, psicologa sociale dell’Università di Milano-Bicocca
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Intervista a Simona Sacchi, psicologa sociale dell’Università di Milano-Bicocca

Quali sono le ragioni del negazionismo climatico? Lo abbiamo chiesto a Simona Sacchi, Psicologa Sociale dell’Università di Milano – Bicocca che si è occupata di percezione del cambiamento climatico.

1) Per quale ragione non riusciamo a percepire come “vicine e prossime” le conseguenze del cambiamento climatico che sono proprio sotto ai nostri occhi?

 La nostra mente e il nostro sistema cognitivo sono fatti per percepire e reagire a rischi che sono immediati, concreti e vicini alla nostra esperienza personale. Questo ci permette di reagire subito quando vediamo un serpente, un’arma o un nemico di fronte a noi. Il problema nella percezione del cambiamento climatico e della conseguente scarsa risposta comportamentale, risiede proprio nella distanza psicologica. Soprattutto nei paesi occidentali che sono stati ancora relativamente poco colpiti dal riscaldamento globale, le persone tendono ad allontanare gli effetti, nel tempo e nello spazio. Siamo portati a pensare che il cambiamento climatico influenzerà le future generazioni, paesi e luoghi lontani, gli animali e il mondo inanimato.

 

2) Ma non noi, ora.

Esatto. Inoltre, le persone sono soggette al fenomeno del time-discounting: ciò che avviene in futuro viene percepito con un valore inferiore rispetto a ciò che avviene nel presente. Infine, siamo influenzati da quello che in letteratura viene definito “Principio di Polianna”: tutti tendiamo a vedere il nostro mondo e il nostro futuro in termini positivi e ottimistici.

 

3) Le scienze psicologiche come possono aiutarci a comprendere il negazionismo climatico e come possono aiutarci a comunicare in modo efficace l’urgenza del cambiamento climatico?

Le scienze psicologiche possono e devono svolgere un ruolo. Quando parliamo di percezione di un fenomeno, di atteggiamenti, di comunicazione pubblica, di cambiamento dei comportamenti, facciamo riferimento alle competenze della psicologia. Faccio alcuni semplici esempi. Le persone e le comunità tendono a difendere il proprio status quo, sono molto restii a modificare il proprio stile di vita, il proprio comportamento e il proprio modo di vedere il mondo. Gran parte della comunicazione pubblica sul cambiamento climatico si focalizza proprio sul cambiamento e questo può generare delle resistenze. Un altro esempio. Quando parliamo di cambiamento climatico gli individui sono soggetti all’effetto “goccia nell’oceano”. Percepiscono il problema come globale e risolvibile solo a livello politico e sentono che il loro comportamento come singoli cittadini è totalmente irrilevante di fronte alla grandezza del problema. Quando i rischi sono grandi e non affrontabili, le persone vanno in uno stato di freezing e di immobilismo. Non possiamo continuare a pensare a scenari disastrosi che non possiamo affrontare perché questi pensieri generano angoscia e tendiamo, quindi, a evitarli. Nei casi più estremi arriviamo a negarli. Di conseguenza, quando presentiamo informazioni su scenari disastrosi dobbiamo sempre fornire alle persone anche informazioni sui mezzi per affrontarli, mezzi che sono a loro disposizione. È essenziale modificare anche le norme condivise a livello di gruppi sociali e di contesti sociali allargati. Sapere che gli altri membri della comunità a cui la persona appartiene percepiscono il problema in un certo modo e si comportano in un certo modo è il più forte strumento per modificare il suo comportamento e la sua percezione.

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